29 settembre 2026   Notizie

Smentire i luoghi comuni sulla pubblica istruzione per costruire il futuro

Gazzetta del mezzogiorno

Giuseppe Coco - Professore di economia politica

Il Rapporto PISA dell’OCSE 2025 presentato poche settimane fa, compara risultati di apprendimento degli studenti di 91 paesi e ci restituisce dei risultati macroscopici e preziosi che però la propaganda politica di entrambe le parti ha oscurato totalmente. La straordinaria ricchezza dei risultati non ci consente una discussione piena, ma alcuni fatti accertati balzano agli occhi. 

Il primo fatto accertato è che la scuola italiana non performa malissimo, soprattutto considerando che è una delle peggio finanziate tra i paesi OCSE. Il paradosso che la performance dell’apprendimento non è molto correlata con la spesa a livello internazionale è un fatto ormai accertato, ma che la scuola italiana funzioni decentemente, nonostante un significativo sottofinanziamento, va comunque sottolineato. 

Le medie di apprendimento in scienze, lettura e matematica nel nostro paese sono leggermente superiori alla media OCSE nella rilevazione 2025 (erano leggermente inferiori nelle scorse edizioni). La novità è che negli ultimi anni moltissimi paesi avanzati hanno perso terreno e le stesse medie generali sono diminuite. 

L’ultima generazione è probabilmente la prima dalla rivoluzione industriale a non mostrare un miglioramento delle capacità rispetto alla generazione precedente, anzi. In Italia il processo regressivo è minore che negli altri paesi e quindi in termini relativi, ma non assoluti, la nostra situazione migliora. Anche la diseguaglianza tra studenti non sembra essere maggiore di quella di altri paesi, anzi le differenze tra studenti migliori e peggiori sono relativamente contenute in Italia anche rispetto a Francia e Germania. Questo, peraltro, è un dato storico delle indagini PISA. 

Gli aspetti critici riguardano degli ambiti precisi. PISA propone una prova di problem solving computazionale, in cui alcune conoscenze logico-matematiche devono essere usate per risolvere problemi applicativi. In questa prova gli studenti italiani performano male. Parallelamente, quando guardiamo agli atteggiamenti rispetto all’apprendimento la dimensione in cui facciamo peggio è l’adattabilità cognitiva in situazioni di incertezza. Il quadro è quindi che la nostra scuola fornisce strumenti decenti sulle discipline tradizionali, ma fallisce nel generare la capacità di usare quegli strumenti. È per certi versi sorprendente che gli studenti italiani siano meno ‘adattabili’ e meno capaci di utilizzare le conoscenze di quelli di quasi tutti gli altri paesi, considerando che questa arte tradizionalmente era proprio il punto di forza degli italiani. Peccato, perché probabilmente è una delle capacità cruciali per le sfide della contemporaneità. Se guardiamo ai problemi dell’ambiente di apprendimento, il bullismo, che compare continuamente sui giornali, non sembra una specificità rilevante, mentre i problemi sono sostanzialmente maggiori di quasi tutti gli altri paesi nella disciplina scolastica. 

Assenteismo e assenza di disciplina scolastica percepita infatti rimangono su una scala completamente diversa da paesi simili, ed è irragionevole pensare che questo non abbia un forte impatto anche sugli apprendimenti (oltre che sullo sviluppo di personalità). Nonostante le dichiarazioni del Ministro Valditara, il divario territoriale tra il Mezzogiorno ed il resto del paese rimane sostanzialmente invariato e consistente. In particolare, al contrario della narrativa che si propaganda, c’è un gap consistente sia nei risultati peggiori sia nelle ormai scarsissime eccellenze meridionali. 

Non è però onesto non riconoscere il miglioramento relativo della scuola italiana rispetto agli altri, soprattutto perché nel frattempo c’è un forte recupero dell’abbandono negli ultimi anni. Avendo recuperato in classe gli studenti marginali potevamo subire un peggioramento dei punteggi medi, e soprattutto un aumento degli studenti senza apprendimenti minimi. Fatti che non si sono verificati. Su questi dati macroscopici bisognerebbe riflettere per capire quali cambiamenti introdurre nella scuola. Invece si preferisce un dibattito ideologico centrato sulle trite parole d’ordine dei partiti.

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