29 maggio 2022   Articoli

La tensione tra Ue e Cina che fa male all'economia

Amedeo Lepore - il Mattino

In un rapporto pubblicato in questi giorni, l’Economist Intelligence Unit si occupa di come la guerra accresca l’incertezza geopolitica e altre forme di inquietudine diffusa. Innanzitutto, viene evidenziata la preoccupazione per un aggravamento dei rischi globali, che, dopo l’invasione dell’Ucraina, si è spostata dai problemi sanitari collegati alla pandemia ai temi della sicurezza, della stabilità politica e della ripresa economica. Un terzo dei Paesi del mondo, sui 180 considerati, ha visto innalzarsi gli indici di rischio operativo in misura molto consistente in relazione al conflitto, che determina un impatto sulle principali economie e sui mercati emergenti, specialmente in termini di incremento dei prezzi delle materie prime e di inflazione sempre più elevata. Inoltre, se l’eventualità di un’estensione della guerra a livello globale è molto improbabile, non può essere del tutto esclusa, poiché i Paesi che confinano con Russia e Ucraina potrebbero essere coinvolti, anche solo per rappresaglia. In questo caso, gli effetti di un’ulteriore escalation sarebbero assolutamente catastrofici sia sul versante militare, sia sotto l’aspetto umano ed economico. Allo scontro bellico si aggiungerebbe una profonda recessione, con vittime e patimenti su ampia scala. Sempre secondo il resoconto dell’EIU, anche nella prospettiva di un auspicabile contenimento delle ostilità, l’impennata dei prezzi accentua i rischi macroeconomici e l’insicurezza alimentare per i Paesi più deboli. In particolare, valutando una durata del conflitto per tutto il 2022, si prevede che i prezzi del grano, dopo un rialzo del 32% nel 2021, aumentino del 38% nel 2022. Se dovessero proseguire con frequenza la siccità e le ondate di caldo, i picchi inflazionistici e la scarsità di cereali potrebbero maggiormente radicarsi e provocare nuovi drammatici squilibri. D’altro canto, l’Europa si continuerà a confrontare con la necessità di rendersi autonoma dall’approvvigionamento di gas dalla Russia e, al tempo stesso, con la minaccia di un’interruzione delle forniture da parte di Putin. 

Pur attribuendo una moderata verosimiglianza a quest’ultimo scenario, data l’essenzialità di questo genere di entrate per l’economia russa, un’indeterminatezza del processo di transizione energetica si rifletterebbe ancora più nettamente sul prezzo del gas, con una pesante ricaduta in Asia e, soprattutto, nei Paesi europei, riducendo il loro potere d’acquisto e alimentando la spirale della stagflazione. Infine, l’Unione Europea ha relazioni difficili con la Cina, oltre che per la sua riluttanza a prendere le distanze dalla Russia, per la violazione dei diritti umani, il trattamento disuguale delle aziende europee rispetto a quelle domestiche, un modello industriale imperniato in gran parte sui sussidi. Le conseguenze di un contrasto commerciale di fondo tra UE e Cina implicherebbero costi più alti per le imprese di ambedue le aree e una notevole riduzione degli investimenti, delle esportazioni e delle importazioni sviluppati tra loro. Il contesto che emerge dal documento della divisione di ricerca dell’Economist non è inedito, ma presenta, nell’insieme degli elementi che lo compongono, un panorama molto arduo, che rimanda alla complessa ridefinizione degli equilibri economici e politici globali. Eppure, questo medesimo rapporto, indica come le potenze mondiali seguitino a fare affidamento, in larga misura, sugli scambi reciproci, mostrando la caratteristica peculiare di una globalizzazione in grado di mutare pelle, diventando più articolata e competitiva, ma di non frantumarsi e tornare indietro. Traffici internazionali tanto interdipendenti nella loro essenza e nei loro esiti mostrano un mondo in movimento e sono alla base di una ragionevole deterrenza nei confronti del conflitto militare e delle ostilità commerciali. 

Del resto, già agli inizi del Novecento, Norman Angell, premio Nobel per la pace nel 1933, cercò di dimostrare come le intense connessioni tra i diversi Paesi rendessero illusorio l’intento di trarre profitto da un conflitto europeo: “i visibili fattori della nostra civiltà renderanno ogni giorno più manifesta l’unità e la reciproca dipendenza del mondo moderno”. Allora, il proposito di Angell fu reso impraticabile dalla prima guerra mondiale, che, tuttavia, con le devastazioni e la regressione economica che ne risultarono, rivelò la fondatezza di quell’analisi. Il tempo attuale si trova al bivio tra un declino dell’umanità e un’eccezionale possibilità di progresso? Più probabilmente, il riassetto organico di un vecchio modello passa per un sentiero stretto e complicato da percorrere, che richiede una distruzione – si spera – creatrice e senza guerra, oltre che una forte capacità di affrontare l’incertezza del futuro.

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